Sala del Fuoco nel Borgo — La terza sala vaticana di Raffaello

Incendio nel Borgo Incendio nel Borgo

L'eredità di Giulio II e la nuova visione di Leone X

La Sala del Fuoco nel Borgo è la terza sala dipinta da Raffaello nei palazzi vaticani, dopo la Sala della Segnatura e la Sala di Eliodoro. Papa Giulio II, che aveva commissionato queste ultime due, morì nel 1513 e il progetto passò al suo successore, Leone X, non senza alcune modifiche significative.

Il programma iconografico promosso dal pontefice in questa occasione risentì in misura minore delle tensioni spirituali e politiche che avevano caratterizzato la decorazione delle due sale precedenti. Gli affreschi non sono legati alla funzione della sala che decorano (forse in origine la sala da pranzo papale), ma celebrano il papa regnante in chiave cortese, glorificando le gesta di due dei suoi illustri predecessori omonimi: Leone III e Leone IV. La scena dell’Incendio di Borgo illustra un evento miracoloso avvenuto durante il pontificato di Leone IV. Un incendio divampò tra le case di legno del quartiere romano di Borgo, vicino al Vaticano. Nonostante i tentativi di spegnerlo e la mobilitazione della popolazione, le fiamme sembravano incontrollabili finché il Papa non apparve dal suo palazzo e, con la sua benedizione, riuscì a domare l’incendio.

La bottega di Raffaello e la divisione del lavoro

Raffaello lavorò a intervalli alla Stanza dell’Incendio dal 1514 al 1517. Impegnato in innumerevoli altre commissioni papali e incarichi di grande responsabilità, tra cui quello di architetto della nuova Basilica di San Pietro, il Maestro intervenne di persona molto raramente e quasi esclusivamente nell’affresco raffigurante l’incendio, non a caso quello che diede il nome all’intera stanza.

Affidò invece alla sua bottega il compito di completare le restanti tre scene; in alcuni casi ciò avvenne sulla base di disegni e studi da lui stesso realizzati, mentre in altri Raffaello concesse ai suoi collaboratori maggiore libertà, il che non sempre portò a risultati omogenei in termini di qualità.

Incendio nel Borgo - Analisi

La scena manca di un'ambientazione architettonica unitaria in grado di contenere i numerosi personaggi, come nel caso della Scuola di Atene.

In questo caso, ci troviamo di fronte a tre scenari distinti, che sembrano scorrere come le quinte di un teatro su un palcoscenico comune.

Essi forniscono un riferimento generale, quasi simbolico, alla storia, ma non costituiscono un'ambientazione realistica.

Come le ambientazioni, anche i personaggi non formano un insieme omogeneo. Raffaello si è concentrato sulle singole figure, mettendo in scena una vasta gamma di movimenti accentuati, soffermandosi sulla descrizione dei loro corpi nudi ed esplorando le loro diverse emozioni.

Si noti, ad esempio, lo stupore della donna in primo piano che assiste al miracolo con la bocca letteralmente spalancata.

Incendio nel Borgo - Donna

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Incendio nel Borgo - Enea

Il gruppo di profughi sulla sinistra è ispirato alla storia di Enea, che fuggì da Troia in fiamme, portando sulle spalle il vecchio padre Anchise e il giovane figlio Ascanio.

Questo dettaglio è un omaggio di Raffaello al mondo antico.

Battaglia di Ostia

Battaglia di Ostia Battaglia di Ostia

La Battaglia di Ostia, in cui le truppe di Leone IV (pontefice dall'847 all'855) affrontarono le orde saracene nell'849, celebra la miracolosa vittoria delle armate papali e rimanda anche alla crociata contro gli infedeli promossa da papa Leone X (pontefice dal 1513 al 1521).

La Battaglia di Ostia raffigura la vittoria delle galee papali sulla flotta saracena durante un attacco al porto di Ostia nell'849. Nell'affresco, il Papa, a sinistra, mentre rende grazie, ha le sembianze di Leone X, alludendo a una crociata da lui invano indetta contro i Turchi Ottomani. A destra, in primo piano, vediamo alcuni prigionieri musulmani che vengono sbarcati e brutalmente condotti al cospetto del pontefice, dove si inginocchiano in segno di sottomissione, un tema derivato dall'arte romana noto come dei captivi.

A Raffaello sono solitamente attribuiti solo i ritratti del Papa e dei cardinali.

Incoronazione di Carlo Magno

Incoronazione di Carlo Magno Incoronazione di Carlo Magno

Il Sacro Romano Impero trova la sua origine nell'incoronazione di Carlo Magno, avvenuta nella Basilica di San Pietro al tramonto della vigilia di Natale dell'anno 800.

È molto probabile che questo affresco si riferisca al Concordato stipulato nel 1515 tra la Santa Sede e il Regno di Francia, poiché Leone III, che fu pontefice tra il 795 e l’816, appare qui con le sembianze di Leone X, mentre Carlo Magno con quelle di Francesco I.

L’incoronazione di Carlo Magno da parte di Leone III ebbe luogo la vigilia di Natale dell’anno 800 nell’antica Basilica di San Pietro, in Vaticano, e fa probabilmente riferimento al Concordato di Bologna, un trattato firmato nel 1515 a Bologna tra la Santa Sede e il Regno di Francia. In questo affresco, il Papa è stato raffigurato con le sembianze di Leone X, mentre l’Imperatore si ispira a Francesco I, che all’epoca della realizzazione del dipinto era Re di Francia.

Il contributo personale del maestro in quest’opera fu minimo, poiché la sua esecuzione dipese in gran parte dai suoi allievi. L’opera è disposta su un asse diagonale che conduce lo sguardo in profondità, dove, sotto il baldacchino papale decorato con le chiavi di San Pietro, ha luogo la cerimonia dell’incoronazione stessa. Questa si svolge in un’aula circondata da due file di cardinali, vescovi e soldati.

In primo piano a sinistra, un gruppo di servitori è intento a disporre grandi vasi d’argento e d’oro e una mensola con le gambe dorate su un tavolo delle offerte, richiamando il motivo imperiale romano delle processioni trionfali.

Giustificazione di Leone III

Giustificazione di Leone III Giustificazione di Leone III

L’opera “La giustificazione di Leone III” raffigura un evento avvenuto alla vigilia dell’incoronazione di Carlo Magno, durante il quale il Papa rispose alle calunnie diffuse dai nipoti del suo predecessore, Adriano I, riaffermando il principio secondo cui il Vicario di Cristo risponde delle proprie azioni esclusivamente davanti a Dio.

L’affresco, realizzato interamente dagli studenti, celebra il giuramento prestato nell’antica Basilica di San Pietro il 23 dicembre dell’800, in cui Leone III si assolse, «senza costrizione e senza essere giudicato da nessuno», dalle false accuse mosse dai nipoti di Adriano I, proprio un giorno prima dell’incoronazione di Carlo Magno. Come negli altri affreschi della sala, il Papa è raffigurato con le sembianze di Leone X.

Dall’alto risuonavano le parole incise sul rotolo sottostante: «Dei non hominum est episcopos iudicare», che si traduce come «Spetta a Dio, non all’uomo, giudicare i vescovi». Questa affermazione si riferisce chiaramente all’approvazione, da parte del Terzo Concilio Lateranense del 1516, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, che stabilì il principio secondo cui solo Dio può giudicare le responsabilità del Papa[7]. Il testo deriva dalla struttura della Messa di Bolsena.

Soffitto

Sala del Fuoco nel Borgo - Soffitto

Nel 1508, papa Giulio II (al trono dal 1503 al 1513) commissionò a Pietro Vannucci (detto il Perugino) la realizzazione del soffitto.

Lo schema iconografico si riferisce alla funzione della sala all’epoca di Giulio II, quando era utilizzata per le sedute della Corte Suprema della Santa Sede, nota come Segnatura Gratiae et Iustitiae, alla quale egli avrebbe presieduto. Infatti, il Perugino illustrò in questi quattro medaglioni ciò che veniva solitamente descritto come il Sol Justitiae: elementi tra cui il Creatore seduto tra angeli e cherubini, Cristo tentato dal Diavolo e Cristo tra la Misericordia e la Giustizia.

La volta del Perugino raffigura temi della Trinità. In ricchi motivi grotteschi su sfondi dorati, le scene includono il Padre con angeli e cherubini, Cristo tra la Misericordia e la Giustizia, la Trinità con gli Apostoli, Cristo come Sol Iustitiae e Cristo tentato dal Diavolo. Qui regna il gusto decorativo con simmetria e un forte horror vacui — infatti, ogni spazio possibile è riempito da angeli, cherubini e serafini — colori tenui in delicate tonalità pastello su uno sfondo blu intenso e gli ornamenti dorati dominanti che circondano la decorazione.

A causa della loro associazione a diversi stili ornamentali, non vi è alcuna relazione particolare tra i medaglioni della volta e le scene nelle grandi lunette sottostanti.